martedì 21 luglio 2009

Maurizio Messina: «Amarcord ’68. Avevamo vent’anni».

Anno II N.S. Numero 5 - giugno 2008
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Rubrica: Amarcord ’68.

Amarcord ’68. Avevamo vent’anni

Quella mattina l’appuntamento era stato fissato presso la scalinata di Trinità dei Monti da dove, attraverso una “marcia forzata”, si sarebbe poi raggiunta la facoltà di Architettura. Altri, come me, raggiunsero Valle Giulia alla spicciolata. Eravamo giovani, quasi tutti ventenni, si pensava di poter conquistare il mondo nello spazio di un mattino. La baldanza, lo spirito guascone, ci caratterizzavano quasi tutti e, però, com’eravamo differenti pur nella nostra identità! Antonello, studente lavoratore, soprannominato “il tedesco” per via di quel suo caratteraccio tutto d’un pezzo, si mise in testa di bloccare il tram che transitava davanti la Galleria d’Arte Moderna. A quel tempo Roma aveva ancora linee tranviarie. Due di queste, tra le più importanti, si chiamavano ED, Esterna Destra o Circolare Rossa per il colore delle sue lettere e CS, Circolare Sinistra o Circolare Nera, per ragione analoga.

Anche in ciò v’era un segno dei tempi: la Circolare Destra era la Rossa e quella Sinistra era quella Nera. Fu così che ci mettemmo sui binari e, mentre il tranviere rassegnato apriva le porte per far scendere i passeggeri, strillando “ ... fine della corsaaaa”, una signora, che evidentemente non aveva seguito la dinamica dei nostri movimenti, chiese: «Ma che c’è lo sciopero?», si sentì esclamare da Antonello «No, c’è la rivoluzione!»

E Tonino, fuori sede, fuoricorso, fuori tutto , che arrotondava facendo la comparsa a Cinecittà, Roberto, studente con la passione del paracadutismo, Stefano, che nel corteo studentesco di un migliaio di giovani attorno alla Facoltà, al sinistro imbecille che stava abbozzando lo slogan “Polizia Fascista”, inviperito, lo fece sbiancare in volto dicendogli: «A deficiente, non lo vedi che il corteo è pieno di fascisti?» Chi con i capelli corti, chi con chioma lunghissima, come Mario Michele, metà filosofo e metà attivista, Guido, con quella sua aria da Fronte del Porto, con berretto blu e visiera da collegiale inglese, Ugo, eretico di tutte le assemblee, Lamberto con quella barba color inchiostro, e così ascoltato alle riunioni di Lettere, Enzo Maria e tanti altri.

Non vi furono solamente violenze quel giorno; episodi esilaranti si susseguirono ed uno dei più buffi fu quando, accerchiando una campagnola della Polizia, Francesco, per gli amici Ciccio, forte del rapporto numerico di almeno 6 a l (Più di venti manifestanti adversus tre o quattro poliziotti) esclamò la frase. “Questa camionetta è sequestrata!”

Ancora ho nell’orecchie quello inaspettato concerto che mi consentì di ascoltare dal vivo, per la prima volta, Romano Mussolini al pianoforte che accompagnava il grande Tony Scott, calvo, in completo nero con il suo magico clarino, organizzato in un salone dell’Hilton a Roma in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 1968, dalla federazione romana del… M.S.I.!

Alcuni anni prima avevo seguito un concerto della Seconda Roman New Orleans Jazz Band di Carlo Loffredo nella sezione del P.C.I. Trieste-Salario e mi convinsi definitivamente come alcune manifestazioni umane - musica, poesia, letteratura e altri tipi di arte - fossero incontenibili da paletti ideologici!

Quella del ’68 fu un’estate molto calda nel senso meteorologico, ma a vent’anni certe cose sono naturalmente semplici dettagli. Così il primo viaggio all’estero, Austria e Germania, con il mio caro amico Andreas, si svolse simpaticamente in quelle regioni, Baden, Wiirttemberg e Baviera, caratterizzate dalla presenza della Selva Nera. Certamente, altri tempi, quando era ancora possibile catturare trote nei torrenti o rifugiarsi in un ostello tutto di legno, ove si cantava qualche bel brano popolare con fisarmonica, senza alcuna musica tamtamizzata, né la necessità di aggiungere qualche canna. E’ vero, però, che tornando in Italia dopo più di quindici giorni di salami, wurstel, crauti, affettati ed affumicati, la voglia di pasta, o comunque della nostra cucina, fu straordinaria. Al primo autogrill ci fermammo a mangiare tortellini al sugo e, per secondo, ordinammo .... tortellini al sugo.

Ma il caldo, come dicevo, incalzava man mano che si scendeva per lo stivale; così giunti alla periferia di Roma decidemmo di proseguire verso Anzio dove i miei genitori trascorrevano le vacanze. Ebbi la sensazione che il Tirreno quell’agosto fosse più fresco e musicalmente più ammaliatore, nel suo continuo movimento. Di sera, poi, sulla solita rotonda di legno, spaghetti con le cozze prima e jukebox poi, completavano l’opera. Le ragazze non mancavano, anzi ... Fu così che quella sera vidi scendere dalle scalette di legno una certa Ursula, calzamaglia nera e fascia rossa sui capelli a mo’ di squaw indiana. Era un bel effetto, la musica accompagnava i nostri desideri di conoscere la vita.

Mi svegliai insolitamente intorno alle 7. Abitualmente, nella casetta colonica di Lido delle Sirene, affittataci da una strampalata professoressa siciliana di Lettere che suonava il violino ed aveva fatto parte del Movimento Indipendentista Siciliano, si poteva dormire tranquillamente, senza rumori molesti od altri fastidi acustici. Ma quella mattina fu diverso. Accesi la radio transistor per ascoltare le notizie del mattino, rimanendo attonito per alcuni secondi: «Mezzi blindati del Patto di Varsavia hanno attraversato i confini della Cecoslovacchia, occupando le principali città. Praga è controllata dai carri armati sovietici».

Povera Europa, pensai, ancora trafitta a più di vent’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale! I giornali erano già in macchina al momento dell’invasione e quindi sulla carta stampata non v’era notizia dei drammatici avvenimenti in corso. Tuttavia, in spiaggia, non si parlava d’altro. Ma l’argomentare dopo qualche ora mutò lentamente. La maggioranza ripiombò nella propria sfera di interessi individuali e così l’immagine della tragedia venne allontanata dalle attenzioni di quasi tutti.

Per quella sera c’era in programma una festa nel giardino di Patrizia. Lello, Barbara ed altri vennero con aria euforica per propormi sul da farsi: bibite, dischi, penne all’arrabbiata. Li guardai con insofferenza, quasi disprezzandoli. Risposi che quella sera ero impegnato in altre cose e che avrei preso il treno nel pomeriggio per tornare a Roma. E così feci. Ero sicuro, ero certo, che non potevo essere l’unica persona a sentire, a soffrire per quel che accadeva sul nostro stesso Continente, e che qualche cosa andava fatto, anche una semplice manifestazione dinnanzi l’ambasciata sovietica.

A quel tempo non c’erano telefonini ed anche durante le vacanze si comunicava con il telefono a gettone o le lettere. Tornai a Roma per essere pronto qualora si fosse scesi in piazza, ma non sapevo dove, con chi, e a che ora. Tuttavia sapevo di dover essere disponibile. Il mio intuito non fu deluso: via Gaeta, ove c’era la sede dell’ambasciata dell’URSS, era gremita da migliaia di persone che inneggiavano all’Europa indipendente e alla Cecoslovacchia libera. Ian Palach avrebbe indicato alcuni mesi dopo di quale forza fosse l’amore per la propria patria!

Maurizio Messina

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