martedì 21 luglio 2009

Giuseppe Cariglia: «Quis custodem custodiet?»

Anno II N.S. Numero 5 - giugno 2008
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Rubrica: Á rebours.

Chissà perché è ancora assai diffusa la singolare opinione che la tolleranza sia un rapporto tra le idee, quando, invece, questa è una relazione tra gli uomini, cioè un problema di comportamento. Nessuna idea, infatti, è per, sua natura, liberale, perché ogni idea necessariamente si deflnisce e si precisa affermando un “qualcosa” e negando i “qualcosa” diversi. Omnis determinatio est negatio. Nasce da qui quella complicità tra l’affermazione della tolleranza e la reale intolleranza che le è strettamente legata, quando la tolleranza è proclamata in nome di valori che, appena riconosciuti, faranno pesare i loro divieti, contro tutto quanto contravverrebbe i principi che hanno reso possibile tale tolleranza.

Quello che, cosi, è venuto à mancare, nell’oblio che la tolleranza è, e deve essere, una pratica, è un certo rispetto nei riguardi della differenza, l'accettazione di ciò che pure non è assimilabile dal pensiero di chi dice di tollerare. Non può essere, dunque, la logica rigida dell’aut-aut a fornire il vero registro della tolleranza, bensì un'etica dell’accettazione, quella che fa centro di sé sull’et-et. Dopo che l'intervento della tolleranza ha liberato gli individui dalla intolleranza, chi li libererà ora dalla tolleranza?

Piero Carattoli: «1 + 1. Se facesse 3?»

Anno II N.S. Numero 5 - giugno 2008
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Rubrica: Á rebours.

A’ rebours:
1 + 1. Se facesse 3?

La sezione à rebours prende nome, ovviamente, dal celebre romanzo di fine ottocento di Huysmans, il quale lo scrisse “disgustato dalla trivialità ignominiosa del secolo”, ma non vuole certo fermarsi, come il romanzo, ad un atteggiamento di osservazione critica meramente destruens, bensì costituire il momento aggregante di riflessioni volte a una creatività costruttiva. E, per farlo, non sceglie la via tradizionale della logica binaria, quella cioè del pensiero “verticale”, bensì ricerca idee e prospettazioni alternative, secondo polivalenze logiche che a quello si giustappongono. E’ già stata presentata qualche contaminazione da logica fuzzy, in futuro potranno proporsi ipotesi-espressioni di pensiero c.d. “Laterale”.

Tutto ciò perché siamo fermamente convinti che la logica “diretta” e deduttiva ha limiti imposti sia dalla sua struttura, che dagli stessi scopi che si prefigge. E questa convinzione la fondiamo anche sul travaglio che ha animato il percorso filosofico, e soprattutto scientifico-matematico, degli ultimi due secoli, che, passando per i paradossi di Russel, è pervenuto dapprima all’intuizionismo matematico, per finire, poi, con Godel, che si è impegnato a dimostrare l’impossibilità di costruire un sistema i cui principi e assiomi non siano contraddittori tra loro.

Ma, se pur si prescindesse da tale approccio, è unanimemente riconosciuto che tutte le soluzioni fin qui formulate, e comunque quelle che sono state concretamente realizzate nelle organizzazioni politiche delle Società umane (democrazia, oligarchia, teocrazia, dittatura, collettivismo ecc.), hanno un difetto comune: tutte, più o meno, hanno proposto un modello mirante alla massimizzazione della felicità dei cittadini e tutte, senza eccezioni, hanno clamorosamente fallito.

Da questa considerazione incontrovertibile deve nascere la riflessione sia sul metodo, sia su tutte le dinamiche conoscitive e in primo luogo, dunque, sulla stessa Logica. La nuova robotica, che si sta orientando verso la logica fuzzy, ha una visione della realtà più ampia di quella binaria (si/no; vero/falso) e si stanno ottenendo successi applicativi di carattere industriale veramente cospicui. Le grandi multinazionali si stanno orientando, in materia di problem solving, verso la ricerca “creativa” suggerita da Edward de Bono, l’ inventore del “pensiero laterale”, con le sistematiche riunioni di brain storming, proprio perché hanno iniziato a rendersi conto che non si progredisce con le applicazioni della logica tradizionale fondata sulla selezione strettamente razionale, a sua volta giustificata sul semplice e rigido rifiuto di soluzioni non ortodosse.

Cercano, così, di trovare idee creative non fondate su una gretta e asfittica logica raziocinante basata sul NO (inteso come rifiuto del non coerente), ma si avventurano verso le formulazioni del
PO (Pro vocative Operation) che, nell’immediato possono anche apparire arazionali, ma che, alla lunga, e magari dopo tortuosi percorsi, possono schiudere traguardi di più ampio respiro e veramente innovativi. Rispetto a tali proposte non ci si pone con l’idea di una valutazione di merito, o con il metro della congruità immediata rispetto a un problema, ma con un atteggiamento non arrogante di attesa di una possibile verifica o utilizzo, anche a lunga scadenza.

Riteniamo, pertanto, che valga la pena di tentare la sfida per provocare nuove aperture logiche polivalenti. Con questa intenzione, allora, la rubrica à rebours sarà aperta a idee non solo “controcorrente”, ma anche a quelle che possano essere lette come espressione, e in chiave, di “pensiero laterale”.
Piero Carattoli

Roberto Valle: «Lolita e i filistei»



Il 15 settembre 1955, lo scrittore russo Vladimir Nabokov pubblica quel suo romanzo, Lolita, da subito sentito come “scandaloso”, dalle pagine del quale il “famoso sorriso” dell’adolescente protagonista, “nettare o fulgore”, enigmaticamente irretisce come un sortilegio letterario. Nell’edizione statunitense del 1958, il romanzo è arricchito da una postfazione, A proposito di un libro intitolato Lolita, nella quale Nabokov è costretto a respingere la definizione di “pornologo sull’Olimpo", formulata dal “codice Playboy”: la pornografia è sinonimo di mediocrità e di banalità e nei romanzi pornografici si assiste alla “copula dei cliché” dell’ars libidinosa nell’epoca del sesso seriale. Le “sinistre memorie” del quarantenne ninfolettico europeo Humbert Humbert, “maniaco ansimante” di laida e sublime passione per la dodicenne “bambina traviata” americana Lolita, non sono affatto licenziose, bensì raccontano la storia di una “infelicità estrema”, la disperazione e lo struggimento desolato di un “Tristano nel paese della pellicola”.

Il romanzo, certamente, affrontava un tema che in America era considerato tabù. Negli Stati Uniti, almeno per Nabokov, alla letteratura non è consentito affrontare tre tabù: il simulacro dell’incesto; il matrimonio tra un nero e una bianca; un ateo impenitente che vive una “vita felice e utile” e muore nel sonno a 106 anni. Le reazioni e le interpretazioni suscitate da Lolità per Nabokov, sia divertenti, sia odiose (in particolare quelle evocate dal “vudù freudiano” e dalle generalizzazioni escogitate da mitologi e sociologi: “la vecchia Europa che travia la giovane America”, e/o viceversa). Il romanzo di Nabokov, in effetti, non è una sorta di psycho pedo


perché la "ninfolessia" di Humbert
Humbert è una forma di conoscenza
attraverso la possessione. Lolita non
racconta le disgrazie delle virtù, anche
perché Nabokov (maestro degli
"enigmi con soluzioni eleganti" e della
parodia) opera un rovesciamento parodico
della figura della fanciulla virtuosa,
sedotta e traviata, posta in situazioni
patetiche, per estrarre da essa "l'ultima
goccia di pathos". Il sentimentalismo e
la "compassione tradizionale" trascendono
nella brutalità: Stalin, si sa, amava
i bambini, mentre Lenin "singhiozzava"
all'opera, "specialmente alla Traviata".
In realtà, protagoniste di Lolita
le metamorfosi della ninfetta e della
memoria. Mnemosyne è una "ragazza
indifferente" che governa un regno fluttuante
malinconico e remoto, nel quale
avviene la tessitura del tempo al di là
della realtà quotidiana che non esiste: il
tempo è "memoria in fieri"e trascende il
"tempo applicato" dei calendari. Ricordando
Lolita, Humbert Humbert è un
"epicureo della durata", perché vuole
godere "sensualmente" della tessitura
del tempo. Lolita è un'evocazione che
scaturisce da una "appassionata agnizione"
del protagonista, (per Nabokov
la rivelazione è superiore alla rivoluzione),
ed è una ninfetta ritrovata nel
labirinto del tempo, perché immagine
speculare di Annabel, (nome derivato
da Annabel Lee, il poema-compianto,
scritto da Poe per la morte della moglie
bambina), l'adolescente amata dal tredicenne
Humbert Humbert e scomparsa
prematuramente. L'idea ossessiva dell'assenza
dell' altro diventa ninfolessia,
che è la "scienza esatta" dell'incantamento,
(come quello di Dante per Beatrice,
una "fanciullina radiosa" di nove
anni) e del sortilegio. Il ninfolettico, infatti,
è alla ricerca della "grazia arcana,

del fascino elusivo, mutevole, insidioso
e straziante". Il "demone immortale travestito
da bambina" è un'ulteriore metamorfosi
della rusalka, ninfa innamorata
del folclore russo e soggetto di
apparizioni letterarie, da Puskin fino
alla "sconosciuta" di Blok. Tuttavia,
nella parodia di Nabokov, il demone
immortale non è più l"'eterno femminino
dal corpo incorruttibile", cantato
dal "misticismo organizzato" russo.
Humbert Humbert non è un "cacciatore
incantato", ma un filisteo "frustrato" e
un "esempio fulgido" di quella "lebbra
morale", che Poe ha definito "demone
della perversità". Tale demone è alla
origine di un radicale primitivo impulso
estremamente antagonistico, che contrappone
il desiderio (nella sua forma
più meschina) all'arroganza della ragione.
Posseduto dal demone della perversità,
l'assassino ninfolettico uccide
se stesso nel suo rivale, cioè il pedofilo
Quilty, che è il suo sosia-impostore. La
stessa Lolita è il simulacro di un idillio,
perché la sua natura è doppia: da una
parte è una fanciulla tenera e sognante,
dall'altra è l'incarnazione di quella
"raccapricciante volgarità" del "convenzionale"
che discende dalle "stucchevoli
fotomodelle della pubblicità".
Sebbene sia stato accusato di antiamericanismo,
Lolita non è un romanzo di
denuncia sociale e on the road, ma una
invenzione e una parodia dell' America
nell' età classica del filisteismo. Per
Nabokov, il filisteismo è l'acme di una
civiltà allo stato avanzato ed egemonizzata
dalla "tecnologia utilitaristica"
e dall'orrido demi-monde della cultura
di massa. Il filisteismo è uno "stato d'animo"
e il filisteo è un "volgare compiaciuto
e presuntuoso", mosso dall'appassionato
desiderio di conformarsi e
dalla volontà d'ignoranza. Il filisteismo

è internazionale: negli anni Cinquanta
in America si celebravano i fasti del
"sontuoso filisteismo della pubblicità";
la Russia-Urss, invece, era posseduta
dal demone meschino e piccolo borghese
delleninismo e l' homo sovieticus
si nutriva degli scarti dell'Occidente.
Nel definire l'essenza del filisteismo
universale, Nabokov utilizza il termine
russo poslost', che designa un'amalgama
di banalità, di trivialità e di volgarità,
che può essere ravvisata "nel simbolismo
freudiano, nelle mitologie tarlate,
nei commenti sociologici, nei messaggi
a favore dell'umanità, nelle allegorie
politiche".
Nella Russia post-sovietica, la
poslost' è incarnata dallo homo zapiens
dai nuovi ricchi. Mentre Solzenicyn è
l'ultimo scrittore dell'era sovietica,
Nabokov è il precursore postumo della
letteratura post-sovietica, non postmoderna,
che, sulla scia del modernismo
russo del primo Novecento, ha
svelato il mondo assurdo e amorfo della
"mollitudine" filistea. Parodia dell'Occidente,
la Russia dello homo zapiens
rischia di confondere Lolita con le "copulazioni"
illetterate di Lady Chatterley.
Lolita e Nabokov sono diventati
famosi anche in Russia: la ninfetta, con
il suo regno al di là del mare, è solo
l'ombra nostalgica del "demone immortale"
della grazia e della bellezza,
svanito con la definitiva affermazione
della volgarità filistea.
Dal canto suo, Nabokov, (emblema
della "odissea di una tribù mitica", che è
stata falcidiata dalla rivoluzione 001-
scevica), vuole essere ricordato come
"un rigido moralista" che "dava schiaffi
alla stupidità" e che, mettendo in ridicolo
ciò che è "volgare e crudele", attribuiva
"poteri sovrani alla tenerezza, al
talento e alla fierezza".

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